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| Mercoledì 30 Dicembre 2009 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE È ovvio nonché riflesso automatico ricorrere all'imminenza degli sviluppi politici per render conto dell'effetto attuale di un film quale il secondo lungometraggio di Kimberly Peirce, coraggiosa autrice di Boys Don't Cry, una delle pellicole-segno degli anni '90. Uscito negli USA a poco meno di otto mesi dalle elezioni presidenziali 2009, pare oggi testimoniare con avvertibile chiarezza l'arduo costo umano e psicologico delle guerre post-9/11, qualcosa che purtroppo dovrà rimanere oltre l'afflato che ha contribuito a determinare quelle stesse elezioni. Il neo-presidente Barack Obama ha dichiarato mesi fa che con il ritiro di 90.000 soldati terminerà nell'agosto 2010 (a meno che, è chiaro, gli iracheni non «chiedano» di continuarla) la missione di combattimento in Iraq; ciò vuol dire, comunque, che fino a 50.000 uomini rimarranno lì, e vuol dire anche che alcuni fra quelli in partenza si sposteranno dopo un po' in Afghanistan.Nel film di Paul Haggis Nella valle di Elah (2007) si avvertiva un orgoglio «di resistenza», connesso ad uno stato a lutto che chiamava con scura fiducia a risollevarsi; neanche un anno dopo, la Peirce fa già meno assegnamento sul rimorso implicito nel dolore verso i figli morti della patria. Il protagonista di Stop-Loss, Brandon King (Ryan Phillippe, altro eroe di guerra per Eastwood), perde compagni in battaglia, come gli altri superstiti ne è segnato (lui, per sua fortuna, solo psicologicamente), scopre un «inganno» del sistema, non vuole starci e decide di fuggire. Ma questo non è il capolinea del film: fattosi strada risalendo lungo la larga spina dorsale del Mainland, mettendo in discussione tutti i valori che possono aver guidato lui e gli altri, Brandon opta per ricucire i buchi ed i legami anziché strapparli definitivamente. La Peirce in altre parole prova a far infuriare i suoi personaggi, eppure infine come loro par prender atto della situazione: siamo nel pantano, e dobbiamo ributtarci dentro. È un lavoro, secondo la stessa Peirce, incentrato principalmente sul cameratismo fra soldati; oltre che sul cameratismo di lungo periodo fra gente che è cresciuta assieme nello stesso luogo. Già in questo punto di partenza è implicito un certo atteggiamento ossequiente nella risoluzione del conflitto fra i personaggi, il nevralgico essendo quello fra Brandon e Steve Shriver (Channing Tatum): la ragazza ed eterna futura sposa di quest'ultimo, Michelle (l'australiana Abbie Cornish), sceglie di affiancarsi all'insubordinato Brandon nella sua «fuga per la libertà» contro uno Steve sempre più affascinato dalla carriera e dalla mentalità militare. Ma alla fine del film—susseguente al brusco quanto annunciato venir meno di un altro compagno sopravvissuto—nessuno dei due ha propriamente la meglio, compenetrandosi le loro remore a vicenda. Le remore, comunque, tornano ad acquietarsi in un futuro aperto del quale non sapremo nulla—e sul quale difficilmente Brandon e Steve, nonostante il cameratismo cosciente (e recalcitrante), potranno avere reale controllo. La Peirce si dichiara interessata alla costruzione dell'identità maschile, in special modo nell'America profonda; si fa presto a crederle ricordando la forza della sua precedente inchiesta attraverso quella realtà. Ma quella era una realtà dall'aspetto corrotto oltre che sofferente; un aspetto che qui non si ritrova. Il suo investimento personale nel progetto (intrapreso originariamente pensandolo come possibile documentario, dopo aver rifiutato di scendere a patti su un'altra produzione che vedeva già ingaggiati fior fior di Annette Bening, Evan Rachel Wood, Hugh Jackman e Ben Kingsley; per di più, suo fratello minore è stato anch'egli militare in Iraq) risulta in una comprensibile sincerità, scalfita tuttavia da una drammaturgia a tratti malsicura (il momento più mortificante è probabilmente l'affettata aggressione ad un gruppo di ladruncoli, con la quale si insiste un po' troppo spudoratamente sui postumi psico-bellici), ma soprattutto da uno sforzo stilistico assai esiguo che troppo si accontenta di star dietro ai singoli piani degli attori. Giudizio: ![]()
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È ovvio nonché riflesso automatico ricorrere all'imminenza degli sviluppi politici per render conto dell'effetto attuale di un film quale il secondo lungometraggio di Kimberly Peirce, coraggiosa autrice di Boys Don't Cry, una delle pellicole-segno degli anni '90. Uscito negli USA a poco meno di otto mesi dalle elezioni presidenziali 2009, pare oggi testimoniare con avvertibile chiarezza l'arduo costo umano e psicologico delle guerre post-9/11, qualcosa che purtroppo dovrà rimanere oltre l'afflato che ha contribuito a determinare quelle stesse elezioni. Il neo-presidente Barack Obama ha dichiarato mesi fa che con il ritiro di 90.000 soldati terminerà nell'agosto 2010 (a meno che, è chiaro, gli iracheni non «chiedano» di continuarla) la missione di combattimento in Iraq; ciò vuol dire, comunque, che fino a 50.000 uomini rimarranno lì, e vuol dire anche che alcuni fra quelli in partenza si sposteranno dopo un po' in Afghanistan.








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