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| Il canto delle spose |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Martedì 11 Maggio 2010 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Due ragazze crescono assieme, si stanno vicino con una complicità sfuggevole, per poi ritrovarsi divise dalle insegne delle vicende storiche. È questo il film della franco-algerina Karin Albou, una descrizione per via intima delle lacerazioni umane e sociali apportate dalla distruzione bellica tedesca, sullo sfondo della precedente dominazione coloniale francese. Il materiale sarebbe prossimo al trattamento che più volentieri viene effettuato per mezzo di produzioni televisive, il che è evidente soprattutto in alcune schematiche gestioni della sceneggiatura della stessa regista; se ciò è vero, il trattamento estetico della Albou, sorretto dal buon lavoro del direttore della fotografia Laurent Brunet (collaboratore fra gli altri di Christophe Honoré, nonché della stessa Albou nel suo precedente La petite Jérusalem, inedito da noi), solleva non poco la pellicola.Con una direzione improntata alla cattura dei corpi, Myriam (Lizzie Brocheré) e Nour (Olympe Borval) sono riprese come prede delle tirannie patriarcali e tradizionali, vivendo due percorsi che si incrociano e iniziano a dividersi: l'araba Nour deve aspettare il semaforo verde del padre per sposare il cugino Khaled (Najib Oudghiri), dopo essergli stata promessa, mentre questi diventa collaborazionista; l'ebrea Myriam acconsente a sposare un facoltoso medico rientrato nel paese dopo l'occupazione di Parigi (Simon Abkarian) per risolvere i problemi economici della famiglia, composta solo da lei e dalla madre (la stessa regista). Mentre la prima si lascia concupire dall'influenza intollerante di Khaled, la seconda inizia lentamente a comprendere le ragioni del marito, prima dell'incombente tragedia. Divise dall'appartenenza etnica, che inizia solo ora a diventare un vero fattore di dubbi ed infedeltà, le due ragazze prendono atto dei piccoli stigmi che prima forse ignoravano, come il vociferare anti-ebreo nell'hammam o l'interdizione agli arabi nei negozi della media borghesia ebraica. Nel contempo, queste due ragazze sempre fisicamente prossime, cresciute accarezzandosi, prendono contatto col mondo maschile e col sesso, che alimenta le proprie reciproche curiosità e ritrosie (Myriam aiuta Nour a scappare per incontrare di notte Khaled, ma non resiste a sgattaiolar fuori per spiarli—e, probabilmente, invidiare Khaled), esplicandosi principalmente come strumento di controllo ed asservimento (il tutto istituzionalizzato nella cerimonia di rasatura di Myriam, alla quale si procede solo dopo che la madre ha chiesto al maschio/padrone se preferisce la figlia «all'occidentale» o «all'orientale»; segue il «lenzuolo insanguinato» della prima notte di Nour e Khaled). Al termine di queste tensioni, lavorate per tocchi sporadici ma filati, inframezzate da alcune scelte a volte sbrigative (i volantini, la lettura del Corano e l'intervento «interpretativo» del padre di Nour), la Albou conclude circolarmente nel quasi-onirico: le due amiche d'infanzia, che cantavano da bambine vestite da sposa, si ritrovano in una fuga sotto i bombardamenti alleati, e ora che gli uomini che hanno sposato non sono più necessari possono finalmente riaccarezzarsi, ristringersi e tornare a cantare. Giudizio: ![]()
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Due ragazze crescono assieme, si stanno vicino con una complicità sfuggevole, per poi ritrovarsi divise dalle insegne delle vicende storiche. È questo il film della franco-algerina Karin Albou, una descrizione per via intima delle lacerazioni umane e sociali apportate dalla distruzione bellica tedesca, sullo sfondo della precedente dominazione coloniale francese. Il materiale sarebbe prossimo al trattamento che più volentieri viene effettuato per mezzo di produzioni televisive, il che è evidente soprattutto in alcune schematiche gestioni della sceneggiatura della stessa regista; se ciò è vero, il trattamento estetico della Albou, sorretto dal buon lavoro del direttore della fotografia Laurent Brunet (collaboratore fra gli altri di Christophe Honoré, nonché della stessa Albou nel suo precedente La petite Jérusalem, inedito da noi), solleva non poco la pellicola.









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