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| Lunedì 17 Maggio 2010 08:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Tratto dalla pièce più celebre dello scozzese Cecil Philip Taylor, Good è il racconto (im)morale della perdizione professionale e personale di un anonimo professore della Germania nazista, come declamano le note di produzione, «per esprimere il destino di un'intera nazione». Con tanto peso, il personaggio di John Halder (ignoro perché debba avere un nome anglicizzato; lo interpreta Viggo Mortensen), per come presentatoci, si perde solo con minimo trasporto: non ne risaltano né le traversie tutte personali (la posizione professionale, un matrimonio fallito, la malattia della madre, l'amicizia con uno psichiatra ebreo) né il suo diventare lentamente un ammaestrato topolino nelle mani del potere nazista. Il film è una calata agli inferi, ma—nonostante una buona costruzione—la discesa ha poca impellenza drammatica.Il «buon» professore è inizialmente una ignorata personalità del mondo accademico, con una carriera da scrittore poco fortunata, messa da parte a causa dei problemi in famiglia: a casa tiene la madre malata di tubercolosi (Gemma Jones) e una moglie che ha ormai perso l'equilibrio (Anastasia Hille). Quando Halder la lascia per una bionda studentessa, perfetto ritratto dell'arianità (Jodie Whittaker), la madre dei suoi due figli accetta la decisione come inevitabile, essendo lei (essendo stata abituata a sentirsi?) indegna. Mentre la sua vita personale si ristruttura, Halder entra incoscientemente nell'organizzazione del partito, accettando l'iscrizione come un surrettizio riconoscimento delle sue frustrate aspirazioni intellettual-professionali, non curandosi del quadro più completo; da questo suo sonno nella banalità, preludio all'inevitabile «male», prova a risvegliarlo il suo vecchio amico d'armi nonché psichiatra Maurice Glückstein (Jason Isaacs), che da ebreo di lì a poco non potrà che fare una brutta fine. Gli elementi del quadro sono ben delineati dalla sceneggiatura di John Wrathall, che tesse un insieme di rapporti potenzialmente fruttuosi: in relazione ad ogni personaggio secondario, Halder ha motivi di dubbio e colpa, nascondendo un più complesso insieme d'epoca sulle aberrazioni sociali nella Germania fra le due guerre mondiali. Il cast è, per di più, un punto forte: oltre ad Isaacs, funzionano sia Steven Mackintosh (Freddie, arrivista collega di partito) sia la Whittaker; Mark Strong appare con la sua solita efficace presenza in alcune scene, nella parte del cancelliere del Führer Philipp Bouhler. Pesa però la poca incisività di Mortensen, che non riesce a (o non è messo nelle condizioni di) infondere quel dubbio mistero che meglio di chiunque altro gli era riuscito a cavar fuori David Cronenberg. Come Mortensen, anche il film fa infrangere questa correttezza di partenza contro alcune granitiche muraglie. Non pare esser stata una grande idea, ad esempio, pensare che l'Halder della produzione teatrale, che si rivolgeva direttamente al pubblico, debba ora a volte estraniarsi dall'ambiente circostante sentendo un onirico motivetto: la scelta sfocia da ultimo in un finale nel quale, con un vistoso long take con steadicam, Halder se ne va a zonzo per un campo di concentramento in cerca del vecchio amico che scopre perduto per sempre, facendosi inghiottire dalla follia ormai inarrestabile mentre un'orchestrina di prigionieri ebrei accompagna la mostruosità del genocidio con la «Prima sinfonia» di Gustav Mahler. Il film si conclude con un Mortensen la cui pazzia si fonde con la pazzia della realtà; anche se Mortensen stesso non ha la faccia di chi ne è realmente sorpreso. Giudizio: ![]()
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Tratto dalla pièce più celebre dello scozzese Cecil Philip Taylor, Good è il racconto (im)morale della perdizione professionale e personale di un anonimo professore della Germania nazista, come declamano le note di produzione, «per esprimere il destino di un'intera nazione». Con tanto peso, il personaggio di John Halder (ignoro perché debba avere un nome anglicizzato; lo interpreta Viggo Mortensen), per come presentatoci, si perde solo con minimo trasporto: non ne risaltano né le traversie tutte personali (la posizione professionale, un matrimonio fallito, la malattia della madre, l'amicizia con uno psichiatra ebreo) né il suo diventare lentamente un ammaestrato topolino nelle mani del potere nazista. Il film è una calata agli inferi, ma—nonostante una buona costruzione—la discesa ha poca impellenza drammatica.









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