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| Lunedì 17 Maggio 2010 08:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Amore e morte, comunicazione ed alienazione, nella decretata nullità di Ben (Greg Timmermans), un ragazzone fiammingo che vive il suo handicap tra la sua cameretta, la scuola ed i mondi pixellati di un videogioco di cui è campione. Fuori, solo il terrore e l'incomprensione. Grazie alla mente sicuramente folle di Nic Balthazar, la sua storia è resa con uno sfrontato rimiscuglio delle brutture «post» della società dell'immagine: un po' videogioco, un po' sogno ad occhi aperti, un po' finta intervista-studio, un po' intertubo. Non è il primo a provarci (fra i pastiche recentemente più lodati, c'è il polpettone fantascientifico District 9); anzi, il modo brutale in cui lo fa appare debitore soprattutto di precedenti europei (l'ostentazione estetico-emotiva, senza curarsi del patetismo, ricorda soprattutto un Luc Besson), e potrà senz'altro far storcere il naso a qualcuno. Per gli altri, le emozioni saranno facili a venire.Piazzatici dentro la mente di questo essere dalla involuta normalità, un diverso invero del tutto ordinario, ne viviamo il contrasto con l'esterno socializzato ed il ruolo riequilibrante della comprensiva famiglia (la madre, interpretata da Marijke Pinoy, cerca di scuoterlo con dolente rabbia)—e per questo, vederlo continuamente paragonato a Donnie Darko, nel quale papà e mamma giocano tutt'altro ruolo, testimonia quanto si possa esser distratti. Là fuori nel mondo c'è l'universo integrale di Ben, che vediamo allargarsi apparentemente senza confini, nel quale la forza per uscir fuori dalla malattia, dall'isolamento dalla propria dignità, può risiedere solo nella principessa dei sogni (sulla cui reale esistenza si gioca un po', non con totale onestà—vedasi il messaggio video a quanto pare non visibile solo a Ben), Scarlite (Laura Verlinden). Balthazar, al suo debutto, non è interessato alla sociologia spicciola dei grandi esperti di comunicazione del pomeriggio di Rai 2 o dei divani di Bruno Vespa, che si riempiono la bocca …della mancanza di comunicazione degli adolescenti odierni: per Ben, anzi, la reclusione al livello 80 di MMORPG/Archlord altro non è che un'estensione della propria sensibilità, limitata dalla propria irricettività alla sensibilità altrui (dalla sindrome di Asperger, da cui è affetto, prende spunto anche il più recente Adam). È semmai chiaro, sin da subito e senza esagerare nella sociologia spicciola di cui sopra, l'intento «contro» il sistema educativo, data l'incapacità degli insegnanti di prendersi cura di lui e la feroce degenerazione cui è sottoposto dai compagni di classe: anche nel «colpo di scena» (chiara vendetta virale contro la diffusione del filmato in cui veniva umiliato in classe), Ben si appropria della tecnologia per dire la sua. È un film che di certo trova facile terreno nell'immedesimazione del nerd che c'è in buona parte del pubblico maschile (compreso chi scrive), e fa di tutto per ottenerla; non occorre molto per prendere a cuore Ben, e inoltre è notorio che il personaggio handicappato—quando non full retard e semplice amplificatore di comuni insicurezze—aiuta sempre con tutti. Ciò detto, non si tratta, come potrebbe sembrare, di un convenientemente epidermico esercizio ad uso e consumo adolescenziale, atto a solleticare e sfruttare i bisogni di un'età difficile col supporto del Grande Tema: la linea fra arte e spazzatura, fra il prodotto in serie e l'oggetto personale essendo molto sottile, Balthazar mette i piedi dalla parte giusta perché dietro ha un progetto suo (inizialmente scritto sotto forma di libro, poi anche opera teatrale), emozioni sue e l'audacia con cui portarle fuori. Giudizio: ![]()
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Amore e morte, comunicazione ed alienazione, nella decretata nullità di Ben (Greg Timmermans), un ragazzone fiammingo che vive il suo handicap tra la sua cameretta, la scuola ed i mondi pixellati di un videogioco di cui è campione. Fuori, solo il terrore e l'incomprensione. Grazie alla mente sicuramente folle di Nic Balthazar, la sua storia è resa con uno sfrontato rimiscuglio delle brutture «post» della società dell'immagine: un po' videogioco, un po' sogno ad occhi aperti, un po' finta intervista-studio, un po' intertubo. Non è il primo a provarci (fra i pastiche recentemente più lodati, c'è il polpettone fantascientifico 









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