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Fuga dal call center Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Lunedì 17 Maggio 2010 08:00
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Titolo originale: id. Fuga dal call center / Locandina
Nazione: Italia
Anno: 2006
Genere: Commedia
Durata: 95'
Regia: Federico Rizzo
Sceneggiatura: Federico Rizzo, Emanuele Caputo
Cast: Angelo Pisani, Isabella Tabarini, Paolo Pierobon, Debora Villa, Natalino Balasso, Peppe Voltarelli, Emanuele Caputo, Matteo Gianoli, Martin Giantullio, Giovanni Maestroni, Laura Magni, Luis Molteni, Diego Pagotto, Disma Pestalozza, Estelo Pupa, Andrea Riva, Paolo Riva, Tatti Sanguineti, Pietro Sarubbi, Raman Turhan
Produzione: Cooperativa Gagarin, Ardaco Productions
Distribuzione: Lo scrittoio
Data di uscita: 17 Aprile 2009
Trama: Brillantemente laureatosi in vulcanologia, Gianfranco non trova un lavoro adeguato alla qualifica. Dovendo sbarcare il lunario con la fidanzata Marzia, cede alle lusinghe di un posto in call center; il lavoro temporaneo che doveva portargli qualche soldo in attesa di professione più degna, però, comincia pian piano ad alienarlo, con ricadute su tutta la sua vita.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Fuga dal call centerL'esistenza da precario, neo-laureato senza progetto di vita tranne quello mediano: un lavoro onesto, una moglie, dei figli. Cresciuto dalla nonna secondo gli schemi tipici del mammone italico (la sua ragazza glielo rinfaccia apertamente, dato che il ragazzotto bivacca perennemente davanti alla tv e non ne vuol sapere di dare una mano in casa), Gianfranco (Angelo Pisani) è vittima della sua generazione, o così gli piace credere: con una laurea che non sa come spendere, troppo votato all'applicazione dei suoi studi proprio in campo poco spendibile (la vulcanologia: il suo prof snocciola le cifre della sua inutilità commisurate alla misera materia prima peninsulare), si sacrifica nel suo loculo di centralinista. I conti in coppia, però, continuano a non tornare, né finanziariamente né nel rapporto.
Prendendola sul grottesco, Federico Rizzo racconta la corruzione morale del call center: Gianfranco ne apprende la realtà, e assieme ai colleghi si abbassa progressivamente, come un ebreo in un campo nazista che ormai ha perso giocoforza ogni dignità, ad arrabattare nel fango le ultime briciole; intanto, di tanto in tanto, alcune interviste reali raccolte dallo stesso regista spiegano più approfonditamente cosa spinge questi poveri impiegati l'uno contro l'altro. La sopravvivenza, la mancanza di alternative, una spirale. Il panorama si fa sempre più cupo: i padroni agiscono da fini torturatori pazzoidi della psiche, nessun sacrificio basta a potersi permettere anche il minimo sostentamento, la relazione con Marzia (Isabella Tabarini) si sfalda inesorabilmente.
Al contrario di Virzì, che riconosce validità e speranza umana ai suoi personaggi, Rizzo li tratta come pure pedine del gioco, vittime inevitabili di un sistema disumanizzante. L'atteggiamento è fieramente vittimistico e senza via d'uscita, pensando al nonsense come unica spiegazione dello stato di cose: il call center è pratica standardizzata e strangeloviana dello sfruttamento capitalista odierno, che offende i sani valori perseguiti dal giovane protagonista—un lavoro onesto, una moglie, dei figli, come torna a declamare a Marzia in un'ennesima scena straniata alla fine. Si inizia dalla fine, giacché Marta è incinta, e magari un giorno si potrà arrivare al lavoro onesto, sebbene nonostante il finale aperto ci sia poco da scommetterci.
Questo film, che ha qualche buona idea, si prende molto sul serio. Sconfortantemente sul serio, al punto che Gianfranco per quanto è serio e contrito più che vittima alla fine pare più un contorto indeciso. Potrebbe venire in mente Altman, per come l'ensemble affoga nell'insensatezza incurante, se non fosse che qui non c'è la sua caratteristica, distaccata metafisica: si vuole invece, nonostante i teatrini dell'assurdo che riprendono certi panorami (oltre alle vessazioni psicologiche—e sessuali, sulle segretarie—sul luogo di lavoro, vedansi i nonni che possono godersi la felicità mentre i nipoti si ingabbiano, o i filippini impresari di pulizie che fanno i veri soldi), trasmettere l'inquietudine di una vera condizione facendo appello a vere testimonianze, come a dare immediata dignità al teatrino dell'assurdo. Se io fossi in Marta, andrei piuttosto a cercarmi qualcuno che abbia più voglia di sistemare in casa, e magari trovarsi un altro lavoro.

Giudizio: 2

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