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| Lunedì 17 Maggio 2010 08:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Uno di quei filmacci da denuncia, quei drammoni buonisti che portano in risalto tutto o quasi il peggio dell'America: una fiducia predeterminata nelle capacità individuali, la fede nel futuro, la nazione profonda che mostra i suoi muscoli. John Lee Hancock si è dedicato all'impresa, da quando ha smesso di scrivere sceneggiature per Clint Eastwood (Un mondo perfetto e Mezzanotte nel giardino del bene e del male, fra i migliori in assoluto dell'ottantenne californiano). In Un sogno una vittoria, aiutava il buon Dennis Quaid a rimettersi il guantone da baseball; in Alamo – Gli ultimi eroi, faceva un po' di celebrazione nazionalistica al grido folk di «Remember the Alamo». Le cose non cambiano affatto col passaggio dalla Buena Vista alla Warner, con quello che col beneficio della tempistica possiamo definire un veicolo Oscar per Sandra Bullock.La Bullock, di parrucca bionda munita nei panni di Leigh Anne Tuohy, è in effetti uno spettacolo. Tiratissima, perfetta moglie e mamma in carriera, è la quintessenza della donna sudista moderna che non deve chiedere mai: si difende in giro per i quartieri neri più fetidi di Memphis portando nella borsetta la sua pistola di fiducia, la tessera della National Rifle Association, e minacciando di mettere una cattiva parola a messa col procuratore distrettuale suo amico in caso di seccature. Qualsiasi maschione di colore, non importa quanto grosso o criminale, se la fa sotto. Ugualmente bene se la cava nei salotti bene dei bianchi della città, con le sue amiche altolocate, zittendo subito i loro istinti razzisti. Immaginiamo dunque che vita facile possa avere con Michael Oher (Quinton Aaron), un orfanello senzatetto bisognoso di aiuto e amore che non aspetta altro che trovarla. Nella bellezza di due ore e nove minuti, Leigh Anne lo raccoglie per strada, gli dà il letto che non ha mai avuto, gli fa prendere la patente, gli compra una macchina da svariate decine di migliaia di dollari, gli impartisce secche ed efficacissime sessioni d'allenamento tarate sul di lui istinto protettivo, gli procura un'insegnante privata (Kathy Bates: è sempre un piacere) per alzargli la media, fino a portarlo al successo nel campionato universitario di football americano. Di supporto, c'è l'intera famiglia che accoglie Big Mike come fosse «uno di loro»: l'amorevole marito Sean (Tim McGraw), il vispamente amicone figlio minore S.J. (Jae Head) ed un fior di figlia maggiore che nonostante sia fra le più fighe del liceo—cheerleader come la mamma ai tempi—non ha paura di farsi vedere vicino all'omone nero adottato (Lily Collins). Bella la vita, meno dispendiosa la tolleranza, quando si è così schifosamente belli e ricchi. Il problema, oltre al fatto che c'è la scusa della «storia vera» (romanzati solo i dettagli, dalla vicenda del tackle dei Baltimore Ravens), è che Hancock sa fare il suo pedante (pedante, che diamine: sono pur sempre 2h09') lavoro. In questo caso, per di più, avendo il buon gusto di far prevalere il lato leggero della faccenda, cosicché non ci sia bisogno di indignarsi troppo e si pensi piuttosto a godersi con gusto il procedimento: piuttosto che una seriosa storia di riscatto con colossali lacrime (giusto qualcuna qua e là, ma chi se le ricorda?), The Blind Side è la pazza storia di come una pazza donna-bisonte abbia percorso le praterie del Sud per realizzare il suo sogno testardo, ovvero dimostrarci che Dio esiste ed è grande, che è nero, e che lei può a tutti gli effetti legali dirsi Sua Madre. È il Verbo, e non ci si può discutere: le hanno dato l'Oscar e effettivamente hanno fatto proprio bene. Giudizio: ![]()
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Uno di quei filmacci da denuncia, quei drammoni buonisti che portano in risalto tutto o quasi il peggio dell'America: una fiducia predeterminata nelle capacità individuali, la fede nel futuro, la nazione profonda che mostra i suoi muscoli. John Lee Hancock si è dedicato all'impresa, da quando ha smesso di scrivere sceneggiature per Clint Eastwood (Un mondo perfetto e Mezzanotte nel giardino del bene e del male, fra i migliori in assoluto dell'ottantenne californiano). In Un sogno una vittoria, aiutava il buon Dennis Quaid a rimettersi il guantone da baseball; in Alamo – Gli ultimi eroi, faceva un po' di celebrazione nazionalistica al grido folk di «Remember the Alamo». Le cose non cambiano affatto col passaggio dalla Buena Vista alla Warner, con quello che col beneficio della tempistica possiamo definire un veicolo Oscar per Sandra Bullock.









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