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| Lunedì 21 Giugno 2010 11:43 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Il destino del mondo islamico è in buona parte il destino delle sue donne; in effetti, il destino di qualunque civiltà passa attraverso il posto della donna nella società. Considerate, per avere un'idea pensante del funzionamento di questo principio, il film di Asghar Farhadi About Elly, recentemente uscito nelle sale italiane. Lì possiamo trovare una rappresentazione alquanto stratificata, in una riduzione drammatica quasi-teatralizzata, dei ruoli sociali che permangono in quella che inizialmente viene presentata come una realtà anche inaspettatamente aperta: da una gita che parrebbe simile a quelle organizzate alle latitudini più «sviluppate» emerge però come a ritroso un opprimente senso di imprigionamento, del quale la ragazza del titolo è emblema-enigma.Meno complesso è senz'altro il progetto della video-artista iraniana emigrata Shirin Neshat, assistita dal compagno anch'egli artista Shoja Azari, che partendo da un romanzo di Shahrnush Parsipur racconta dell'oppressione di quattro donne nell'Iran del 1953. Qui una sorta di pensoso vittimismo rappresentativo (ed anche ideologico) prende il sopravvento sulla narrazione, intendendo questa sia dal punto di vista meramente di scrittura sia dal punto di vista delle immagini: la Neshat si fa ammaliare dalla voglia di tessere un dipinto (invero, più tele in esposizione) di prevaricazione maschile, cui segue una fuga onirica, dimenticando di dare modulazione drammatica al suo film, che passa spento di scena in scena. Quattro donne di diversa estrazione, due delle quali sono amiche, conoscono ognuna l'impotenza nello scontro con un mondo dominato dal potere maschile (politico, religioso, patriarcale); tre di loro giungono quindi ad una specie di fortezza fuori da Teheran, nella quale possono (forse) guarirsi a vicenda le ferite, mentre la quarta (con un colpo di scena simbolico di dubbio impatto) agisce in lotta, prima di tornare tutte ad essere avvolte dalla propria costrizione, in ultimo messa in scena come un vero e proprio assedio della realtà su sprazzi di fantastico. Scegliendo l'anno del rovesciamento del governo nazionalista moderato di Mohammed Mossadegh, il potere maschile si fa anche potere imperialista. «In fondo, tutto ciò a cui aspiravamo era questo: una nuova strada, un sentiero, verso la libertà». Sono le parole finali di Munis (Shabnam Toloui), la «politicizzata» delle quattro, che accompagnano la riproposizione enfatica del suo suicidio prima della dedica «alla memoria di quanti hanno perso la vita nella lotta per la libertà e democrazia in Iran». Insomma, l'intento è chiaro, fin troppo pesantemente esibito; ma ci si domanda come non si arrivi mai a percepire vivo dolore per figure potenzialmente esplosive (o anche implosive) come la prostituta anoressica interpretata dall'attrice ungherese Orsolya Tóth, il cui corpo sembra piuttosto un'installazione da macello. Per una prospettiva meno artisticamente autocelebrativa, si può confrontare col modesto ma più riuscito Il canto delle spose. Giudizio: ![]()
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