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Donne senza uomini Stampa E-mail
Scritto da Cine Zone   
Lunedì 21 Giugno 2010 11:43
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Titolo originale: Zanan-e Bedun-e Mardan Donne senza uomini / Locandina
Nazione: Germania, Austria, Francia
Anno: 2009
Genere: Drammatico
Durata: 95'
Regia: Shirin Neshat, Shoja Azari
Sceneggiatura: Shirin Neshat, Shoja Azari
Cast: Pegah Feridoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsolya Tóth, Navíd Akhavan, Mina Azarian, Bijan Daneshmand, Rahi Daneshmand, Salma Daneshmand, Tahmoures Tehrani, Essa Zahir
Produzione: Coop99 Filmproduktion, Essential Filmproduktion GmbH, Société Parisienne de Production
Distribuzione: BIM Distribuzione
Data di uscita: 12 Marzo 2010
Trama: Le vite di quattro donne iraniane si intrecciano nell'estate del 1953, un periodo catastrofico nella storia iraniana, quando un colpo di stato guidato dagli americani e appoggiato dagli inglesi depone il primo ministro democraticamente eletto, Mohammed Mossadegh, per restaurare lo Shah al potere. Fakhri, una donna di mezza età intrappolata in un matrimonio senza amore, deve fare i conti con i sentimenti che prova nei confronti di una vecchia fiamma che, di ritorno dall'America, è rientrata nella sua vita. Zarin, una giovane prostituta, cerca di fuggire quando si rende tragicamente conto che non riesce più a vedere i volti degli uomini. Munis, una giovane donna con una coscienza politica, deve resistere all'isolamento che le impone il fratello religioso tradizionalista, mentre l'amica Faezeh resta incurante dei disordini nelle strade e sogna soltanto di sposare il dispotico fratello di Munis. Mentre i tumulti politici crescono nelle strade di Teheran, ognuna delle donne riesce a liberarsi dai propri vincoli. Ma è solo una questione di tempo prima che il mondo fuori dalle mura del giardino penetri nelle vite delle quattro donne, mentre la storia del loro paese prende un tragico corso.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Donne senza uominiIl destino del mondo islamico è in buona parte il destino delle sue donne; in effetti, il destino di qualunque civiltà passa attraverso il posto della donna nella società. Considerate, per avere un'idea pensante del funzionamento di questo principio, il film di Asghar Farhadi About Elly, recentemente uscito nelle sale italiane. Lì possiamo trovare una rappresentazione alquanto stratificata, in una riduzione drammatica quasi-teatralizzata, dei ruoli sociali che permangono in quella che inizialmente viene presentata come una realtà anche inaspettatamente aperta: da una gita che parrebbe simile a quelle organizzate alle latitudini più «sviluppate» emerge però come a ritroso un opprimente senso di imprigionamento, del quale la ragazza del titolo è emblema-enigma.
Meno complesso è senz'altro il progetto della video-artista iraniana emigrata Shirin Neshat, assistita dal compagno anch'egli artista Shoja Azari, che partendo da un romanzo di Shahrnush Parsipur racconta dell'oppressione di quattro donne nell'Iran del 1953. Qui una sorta di pensoso vittimismo rappresentativo (ed anche ideologico) prende il sopravvento sulla narrazione, intendendo questa sia dal punto di vista meramente di scrittura sia dal punto di vista delle immagini: la Neshat si fa ammaliare dalla voglia di tessere un dipinto (invero, più tele in esposizione) di prevaricazione maschile, cui segue una fuga onirica, dimenticando di dare modulazione drammatica al suo film, che passa spento di scena in scena.
Quattro donne di diversa estrazione, due delle quali sono amiche, conoscono ognuna l'impotenza nello scontro con un mondo dominato dal potere maschile (politico, religioso, patriarcale); tre di loro giungono quindi ad una specie di fortezza fuori da Teheran, nella quale possono (forse) guarirsi a vicenda le ferite, mentre la quarta (con un colpo di scena simbolico di dubbio impatto) agisce in lotta, prima di tornare tutte ad essere avvolte dalla propria costrizione, in ultimo messa in scena come un vero e proprio assedio della realtà su sprazzi di fantastico. Scegliendo l'anno del rovesciamento del governo nazionalista moderato di Mohammed Mossadegh, il potere maschile si fa anche potere imperialista.
«In fondo, tutto ciò a cui aspiravamo era questo: una nuova strada, un sentiero, verso la libertà». Sono le parole finali di Munis (Shabnam Toloui), la «politicizzata» delle quattro, che accompagnano la riproposizione enfatica del suo suicidio prima della dedica «alla memoria di quanti hanno perso la vita nella lotta per la libertà e democrazia in Iran». Insomma, l'intento è chiaro, fin troppo pesantemente esibito; ma ci si domanda come non si arrivi mai a percepire vivo dolore per figure potenzialmente esplosive (o anche implosive) come la prostituta anoressica interpretata dall'attrice ungherese Orsolya Tóth, il cui corpo sembra piuttosto un'installazione da macello. Per una prospettiva meno artisticamente autocelebrativa, si può confrontare col modesto ma più riuscito Il canto delle spose.

Giudizio: 1.5

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