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| Il segreto di David – The Stepfather |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||||
| Giovedì 29 Luglio 2010 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Rintanata nei meandri dei claustrali vialetti residenziali d'America se ne sta, placida e imperturbabile nonostante tutto, la Famiglia. La conoscete, la stragrande maggioranza fra voi ne ha avuta almeno una, di un qualche tipo. C'è forse un solo serial killer la cui mente malata non possa farsi risalire a questo nido protettivo, per eccesso o difetto, nel quale l'amore convive col più indicibile resto? In The Stepfather tal assassino seriale è il Padre, o meglio il patrigno, interpretato con freddo taglio dal Dylan Walsh di Nip/Tuck: al che si deve forse dedurre che non c'è scelta migliore, per modellare con il cesello la perfetta famiglia degli anni 2000, che ingaggiare un chirurgo plastico—dei due della ditta, ovviamente quello più serio e devoto all'istituzione familiare.Tra l'originale Il patrigno—diretto nel 1987 da Joseph Ruben con per protagonista Terry O'Quinn, noto ora ai più per essere il John Locke di Lost—e questo remake di Nelson McCormick corre l'usuale ampio fiume di significato perso. Nel film degli anni '80 la famiglia era composta da patrigno, moglie e figlia: un nucleo femminile che veniva a contatto con l'ansia perversa di controllo dell'uomo. Nel 2009 la figlia diventa figlio (Penn Badgley), ed il ruolo della donna—oltre alla madre, che rimane sempre in disparte—è ricoperto dalla scoperta fidanzatina Amber Heard: questa graziosa bionda, che rispetta del tutto i canoni della «topa da urlo», se ne sta il più del tempo in bikini, per la gioia vostra e del neo-paparino. I tempi, vedete, sono cambiati. Sparita ogni curiosità legata al genere dei coinvolti, si rimane con un gioco fra maschi di gatto e topo—e, come detto, occasionalmente anche topa—nel quale ci si concentra sulle responsabilità del figlio, sul quale ricadono nell'immediato preoccupazioni scolastiche (quale università?) e nel lungo termine la protezione della madre (Sela Ward), perché dopotutto il maschio di casa rimane per sangue pur sempre lui. Così stando le cose, McCormick ed il suo sceneggiatore J.S. Cardone (la stessa accoppiata del più temibile rifacimento Che la fine abbia inizio) mettono in fila delle ordinate situazioni di tensione nelle quali Walsh par essere proprio a suo agio, non combinando mai grossi guai ma dimenticando al contempo ogni vero sottotesto. Anzi, correggendomi, pensare a come originale e remake risolvono le tese faccende domestiche—sarebbe uno spoiler, ma so di non rovinarvi nulla—fa comparire il vero orientamento del film, che è di segno opposto al vecchio. Lì il paparino possessivo finiva per crepare, lasciando il duo femminile a riprendere possesso della propria vita in autonomia e libertà; qui il serial daddy si salva miracolosamente, scappa e torna a farsi vivo—in modo piuttosto scanzonato, almeno—dalle parti di altri claustrali vialetti residenziali, o supermercati, mentre il figlio riacquista possesso della casa usurpata. Cosa ricavarne, in rozzi soldoni? Nel primo caso, possiamo starcene tutti tranquilli (soprattutto voi, donne) senza il bisogno smanioso di formare per forza nuove famiglie col maschio; nel secondo, i maschi che ora costituiscono il pubblico di riferimento l'hanno ancora vinta. Giudizio: ![]()
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Rintanata nei meandri dei claustrali vialetti residenziali d'America se ne sta, placida e imperturbabile nonostante tutto, la Famiglia. La conoscete, la stragrande maggioranza fra voi ne ha avuta almeno una, di un qualche tipo. C'è forse un solo serial killer la cui mente malata non possa farsi risalire a questo nido protettivo, per eccesso o difetto, nel quale l'amore convive col più indicibile resto? In The Stepfather tal assassino seriale è il Padre, o meglio il patrigno, interpretato con freddo taglio dal Dylan Walsh di Nip/Tuck: al che si deve forse dedurre che non c'è scelta migliore, per modellare con il cesello la perfetta famiglia degli anni 2000, che ingaggiare un chirurgo plastico—dei due della ditta, ovviamente quello più serio e devoto all'istituzione familiare.









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