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| Blindato |
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| Scritto da Cine Zone | ||||||||||||||||||||||||||||||
| Giovedì 29 Luglio 2010 00:00 | ||||||||||||||||||||||||||||||
Recensione di ALBERTO DI FELICE Mentre nei nostri cinema c'è il suo Predators (sul quale detesto essere in così pesante disaccordo col mio collega Pietro Signorelli), dell'americano-ungherese Nimród Antal si può recuperare questo sottostimato lavoro, di solo pochi mesi precedente, originariamente pianificato per un'uscita italiana in febbraio ma relegato poi direttamente in home video. Antal si è segnalato soprattutto per il suo esordio in terra d'origine Kontroll (2003), un esempio quasi-fantastico e fuor d'epoca di film underground anni '90 (era ambientato, non a caso, interamente in una metropolitana di Budapest ancora disorientata dalla caduta del comunismo); al ritorno nei nativi USA, dirigeva nel 2007 il pregevole thriller da camera Vacancy, nel quale Kate Beckinsale e Luke Wilson provavano a salvarsi la pelle.Cosa che capita anche alla squadra di questo Blindato, un altro esercizio di genere che potrebbe piazzarsi senza sfigurare di fianco al remake 2005, diretto da Jean-François Richet, del carpenteriano Assault on Precinct 13. Anche lì (come anche in Predators) c'era Laurence Fishburne, un nome che in questo tipo di operazioni mette tutti in una botte di ferro. Solo che qui il salvarsi la pelle è di quelli incentrati sulla cupidigia nei rapporti umani più fidati: quelli che credi essere amici impiegano poco per determinarsi a farti secco, se necessario per la propria ricchezza o sopravvivenza. Le regole del gioco sono, data questa premessa, molto semplici; su sceneggiatura dell'esordiente James V. Simpson, Antal si attiene al suo personale manuale registico, anni luce dall'azione velleitariamente concitata di un A-Team o The Losers. Le ultime due pellicole citate, riflesso delle preferenze estetiche à la Michael Bay che tanto incontrano l'investimento economico degli adolescenti, fanno di un prodotto come questo un pezzo raro nell'odierno ambiente produttivo hollywoodiano: un lavoro dai paletti narrativo-ideologici scarni ma precisi, che si districano col gusto della preparazione artigianale facendo sempre attenzione a riportarsi alla geometrica rete di connessioni fra i personaggi (i due principali antagonisti essendo gli amici we're family del sempre impareggiabile Matt Dillon e Columbus Short). Quelle cose che la Hollywood di un tempo faceva d'abitudine, prima che qualcuno la buttasse in vacca. Basta così la vicenda di un reduce dell'Iraq (Short), dimenticato dal proprio paese una volta liquidate le onorificenze e rimasti solo i mutui da pagare (d'altronde, saprete tutti che i casini americani son soliti derivare proprio dai mutui) ed i carenti servizi sociali da tenere a bada (che vogliono portargli via il fratellino difficile, interpretato da Andre Jamal Kinney), per sganciare dei dubbi morali su ciò che sia giusto fare: provare a risollevare le proprie fortune, facendo il cattivo e sputando sulle medaglie al merito militare, oppure seguire la propria coscienza da bravo americano e proteggere i soldi dei ricchi per ricevere al massimo una ricompensa? Ty Hackett crede di aver fatto la scelta giusta, e alla fine del film il suo superiore sembra anche congratularsi: se guardate attentamente, però, gli sta dicendo che è stato un folle. Giudizio: ![]()
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